bio

 

Nasce a Bologna il 4 luglio 1928, da madre bolognese, Antonietta Mazzanti, nocera_1proprietaria della Locanda Galliera, e padre siciliano, commerciante di stoffe trasferitosi a Bologna con la moglie, da cui si separa, però, proprio alla nascita del figlio.

Grazie al sostegno incondizionato della madre Nocera studia prima alla Facoltà di Architettura di Firenze, rinunciando tuttavia a laurearsi, quindi frequenta per alcuni anni, tra ’52 e ’54, l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ben voluto e sostenuto per il suo talento artistico da Virgilio Guidi, il maestro lo fa “uditore” alle sue lezioni per iniziarlo alla carriera dell’insegnamento, anche grazie all’aiuto del compagno di pittura Emilio Contini con cui aveva stretto un forte sodalizio, ma Nocera rifiuta ogni sorta di coinvolgimento accademico.

Inizia il suo percorso artistico da autodidatta come scultore, frequentando i laboratori di Ugo Guidi e Cleto Tomba, per dedicarsi poi quasi subito alla pittura.

È del 1949 la sua partecipazione al Premio Cremona con una grande Crocifissione accettata grazie all’intervento di Carlo Carrà, presidente di giuria, contro il parere degli altri membri. Nel ’53 realizza la sua prima bi-personale a Venezia assieme all’amico pittore Emilio Contini – con una presentazione, appunto, di Virgilio Guidi – in cui propone una serie di disegni.

Nel corso degli anni Cinquanta, con il diffondersi in Italia di una serie di iniziative espositive legate alla celebrazione della Resistenza, Nocera viene invitato a partecipare a diverse mostre in regione assieme a altri artisti figurativi tra cui Aldo Borgonzoni, con cui l’artista coltiva uno scambio proficuo in una fase in cui a Bologna sta invece iniziando ad affermarsi un tipo di pittura astratta e volutamente “disimpegnata” che sfocerà poi nell’informale.

Presto però si trova a prendere le distanze da un tipo di realismo sociale in cui non riesce a riconoscersi, per dedicarsi invece a una ricerca pittorica del tutto personale, in cui mescola l’ordine della pittura contemporanea del gruppo milanese Novecento alla grande pittura italiana rinascimentale dei cieli veneti e delle forme statuarie di Piero della Francesca e Masacccio.

Nel ’54 incontra Carolina Agosti, studentessa iscritta a farmacia all’Università di Bologna, che diventerà sua moglie nel 1960. In seguito al matrimonio si trasferisce a Caprino Veronese, dove la moglie gestisce la farmacia di famiglia e dove stringe un proficuo dialogo con il cognato Stefano Agosti, oggi letterato di fama europea.

Dal 1959 si reca periodicamente a Parigi. Affitta uno studio d’artista prima all’Hotel Metropole assieme ad altri colleghi, quindi in Boulevard de Clichy a Montmartre, quartiere denso di vita intellettuale, dove risiedevano anche diversi altri artisti italiani.
Iscritto al Sindacato Nazionale degli Artisti Francesi, partecipa con una certa regolarità al Salon des Indépendants e al Salon d’Automne, dove all’inizio degli anni Novanta esporrà anche il suo ultimo lavoro, un trittico di oltre 6 metri, un’opera dall’umore testamentario che tra colpi di colore, scritte, volti cancellati, svela la condizione di inquietudine che lo fa stare davanti alla tela per tutta la vita.

È a Parigi che, finalmente a contatto con una scena artistica di più ampio respiro (che, pur conoscendo ancora uno sviluppo locale significativo nell’ambito dell’Informale di Fautrier e Tàpies, guarda già alle rivoluzioni in atto a New York con l’action painting e la pop art), Nocera giunge alla maturazione di una ricerca pittorica più astratta che attinge ancora una volta alla storia dell’arte, per tradurre, sempre in chiave del tutto singolare, l’ultimo impressionismo in un espressionismo più attuale.

Pur conservando lo studio parigino, nel 1979 Salvatore Nocera rientra a Bologna, dove risiede ancora la madre, in seguito al doloroso divorzio dalla moglie. Avvilito dal fallimento amoroso e di vita, catapultato in un contesto artistico differente, dove il sistema e il linguaggio dell’arte stanno conoscendo significativi cambiamenti, Salvatore Nocera vive a Bologna quasi in una condizione di ritiro al limite tra lo spirituale e il timoroso.

Solo grazie a una nuova unione, a un sodalizio di reciproca stima e di incondizionato affetto con una nuova musa, Felicia Muscianesi, psicoterapeuta con cui potrà riattivare un ricco scambio intellettuale, alimentato da nuovi viaggi e dalle frequenti visite parigine, Nocera entrerà nuovamente in contatto con il mondo culturale locale di artisti, musicisti, letterati, riprendendo con vigore la sua attività creatrice.

Gli ultimi vent’anni di produzione sono caratterizzati da una pittura fortemente materica e bulimica, in cui l’artista, affidandosi anche a collage e assemblage come alla fotografia e alla carta stampata, sembra voler sperimentare in modo ossessivo nuove forme e materiali (spesso trovati: carta assorbente, da regalo, vecchi poster e cartoline, foto da giornali, pennelli, corde etc.), dimostrando una flessibilità tecnica e mentale, e una fiducia nelle possibilità dell’arte e dell’espressione, assai rare tra i suoi contemporanei.

A partire dalla fine degli anni Ottanta inizia a lavorare a un ampio progetto cui fa riferimento col titolo Auvers, destinato probabilmente al Museo di Castelvecchio di Verona per cui stava preparando una mostra personale su invito di Licisco Magagnato, proprio prima della sua scomparsa.

Nei pochi documenti rimasti sono menzionate mostre negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Giappone, Marocco e Australia, di cui, effettivamente, si ritrova un riferimento in alcuni soggetti di quadri e disegni; mentre testimonianze orali parlano di sue personali al Casinò di Gardone, al Comune di Rovereto, alla Galleria Ghelfi di Verona, al Palazzo della Permanente di Milano.

Rimangono alcuni diari che pur non avendo una vera e propria forma letteraria raccolgono interessanti spunti e appunti su riferimenti, visioni, altri autori contemporanei.

Viene a mancare nel 2008 a causa di una malattia che lo consuma nel corso degli ultimi anni. Lascia lo studio di Parigi nel 2001.

 

 

 

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